Mani al TFR o TFR in mano
Diffidare da chi mette le mani sul proprio trattamento di fine rapporto (tfr) e tenersi ben stretto questo «baluardo contro l’inflazione». È la tesi di Beppe Scienza, matematico dell’Università di Torino, nel suo ultimo pamphlet sulla pensione tradita. L’autore non nega le difficoltà dei conti pubblici a garantire una pensione accettabile ai lavoratori che si ritroveranno fra qualche decennio con una pensione ridotta al 47% dell’ultima retribuzione. Piuttosto, si concentra sulla questione se sia conveniente trasferire il tfr maturando alla previdenza complementare (come previsto dal decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252) con una fretta spasmodica e pressati da insistenze sospetti. Offrendo numeri e facendo nomi e cognomi, l’autore ci accompagna ad effettuare con capacità critica una scelta così delicata, da un lato mettendo in luce i vantaggi del tfr - difesa quasi perfetta nei confronti dell’inflazione e assenza di costi di gestione - e dall’altro dimostrando i difetti dei fondi pensione negoziali e aperti - rischio di nuovi lunghi periodi negativi per gli investimenti finanziari, vantaggi fiscali inferiori a quelli sbandierati, peso ridotto del contributo del lavoratore.
Evitando di proporre pesanti questioni numeriche o soluzioni impacchettate, dopo aver letto il libro ci sono ancora cinque domande da porsi prima di compiere la scelta.
1. Perché affidare un problema sociale di primissimo piano come quello delle pensioni, che gli economisti parafrasano come una forma di copertura dal rischio di vecchiaia, alla roulette del mercato finanziario italiano ritenuto dai più una piazza ancora non matura?
2. Perché una legge dello Stato, approvata in fretta e furia in perfetto stile bipartisan, dovrebbe permettere alle lavoratrici e ai lavoratori italiani di scommettere il proprio tfr sul mercato azionario considerato in ambienti accademici un gioco a somma nulla e in altri meno raffinati un puro gioco d’azzardo?
3. Perché affidare le nostre pensioni al risparmio gestito che avrebbe danneggiato milioni di sottoscrittori di fondi comuni di investimento a causa di un bassissimo livello di trasparenza e di performance sistematicamente inferiori a quelle che si sarebbero ottenute investendo in modo autonomo nei vari mercati?
4. Perché non esistono dei contratti in cui i fondi pensione garantiscono al lavoratore una rendita pensionistica minima e una compartecipazione degli extra-rendimenti rispetto alla rivalutazione del tfr pari all’ 1,5% più il 75% dell’inflazione registrata nell’anno?
5. Perché c’è una disparità di trattamento fra chi decide di entrare entro il 30 giugno 2007 nella previdenza complementare, la cui scelta è irreversibile, e chi decide di mantenere il tfr in azienda, la cui scelta è invece “molto” reversibile?
La previdenza complementare non è da bocciare in linea di principio, tuttavia è opportuno che vengano presto delle risposte a queste domande, con qualche proposta accettabile. Per ora meglio prendere tutto il tempo che occorre, firmando per mantenere il tfr tale e quale.
marco.marcatili@toptrader-mag.com

