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C’è l’oro nero e c’è l’oro…

Boris Secciani - 06/11/2007 15.26.00
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Fino a qualche anno fa il re dei preziosi sembrava una carcassa di un'altra epoca. Abbandonato dalle banche centrali come strumento di riserva, la sua domanda veniva alimentata in grandissima parte da un'industria della gioielleria che si è trovata di fronte alla crisi globale del 200-02. Se infatti per il greggio da tempo si parlava di problemi di squilibrio fra un'offerta statica e una domanda che correva, l'oro sembrava languire senza troppe prospettive. Sappiamo tutti come è andata a finire: dal 2002 è cominciata una ripresa fenomenale che ha portato le quotazioni dai minimi poco sopra 250 oltre la soglia degli 800 dollari, con le quotazioni che sono vicine ai massimi storici dei primissimi anni ottanta.

Come per le altre materie prime l'arrivo delle potenze emergenti ha scompaginato tutto e ha ribaltato una situazione di stagnazione che sembrava inarrestabile, anche se in questo caso le ragioni sono parzialmente diverse. Infatti da una parte la ripresa dell'economia mondiale e l'ascesa di Cina e India (insieme agli Usa fra i maggiori acquirenti di gioielli) hanno dato un impulso fenomenale alla domanda di beni di lusso, unita al fatto che nuove miniere per decenni non se ne sono aperte, dall'altra parte ad avere dato la spinta decisiva sono stati gli squilibri finanziari generati dalla globalizzazione. Non è un caso infatti che, seppur in maniera paradossale qualcuno cominci a parlare di tornare al gold standard per regolare le fluttuazioni delle valute. Un rapporto di Credit Suisse indicava come non ci sarebbe da sorprendersi se le Banche centrali si trasformassero in acquirenti netti di oro.

Dicevamo una simile clamorosa inversione è dovuta essenzialmente ai giganteschi squilibri di partite correnti (e sempre più di bilanci pubblici e privati) degli Usa. L'oro sta infatti tornando a essere il bene rifugio per eccellenza, il cui andamento è inversamente correlato in maniera piuttosto netta all'andamento del dollaro. Come le altre materie prime infatti il mercato fisico avviene in gran parte (anche se non esclusivamente) in oro, la slavina che sembra stare abbattendosi sul biglietto verde, unita al precario equilibrio/domanda offerta, fa sì che i produttori e distributori possano più che scaricare i costi dell'indebolimento dei verdoni creando "inflazione da commodity".

Nel caso specifico dell'oro si aggiunge un altro elemento: il fatto di essere un'alternativa anche in termini di investimento alla crisi dell'immobiliare, che rischia di trascinare con se anche i mercati delle securities. In un epoca di credit crunch, in cui dozzine di miliardi di dollari di asset backed securities rischiano di essere carta straccia, con non si sa che quali conseguenze sull'economia reale, le borse, i bilanci degli Stati etc. l'oro torna ad avere più che mai un ruolo primario.

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