Reggerà l'Asia il petrolio a 170 ?
Mi ha fatto una certa impressione qualche giorno fa l'attuale segretario dell'Opec, l'algerino Chekib Kelil, dire apertamente quello che tutti coloro che un po' seguono il petrolio sanno, e cioè che l'Opec, nonostante l'aumento di produzione dei sauditi, è in generale più che a suo agio con il petrolio ai livelli attuali, e anzi vedrebbe di buon occhio il greggio a quota 170, questo in realtà vuol dire la previsione che l'oro nero raggiungerà simili livelli entro fino anno, enunciata dal prode Khelil. Adesso non vi tedierò con un altro articolo sul potere dell'Opec e sui problemi strutturali, quello che mi chiede da chiedermi è cosa potrà fermare una simile ascesa. Già si comincia a vedere in occidente un minimo di distruzione della domanda, finora ciò non ha avuto alcun effetto sull'equilibrio dei prezzi, e francamente dubito che ne avrà in futuro. Il grande rialzo di questi anni delle commodities è partito dai paesi emergenti, Cina in primis, ed è li che è destinato ad arenarsi, se mai si fermerà. Le parole di Khelil sono risuonate nella mia mente, quando mi sono messo a leggere un rapporto di Citigroup che analizza quale potrebbe essere l'effetto di una salita del petrolio da qui a un anno fino a 175 dollari, oltre che di una sua discesa a 90, sulle economie emergenti.
Concentriamoci sullo scenario rialzista: non sorprendentemente secondo gli analisti della casa americana le economie dei paesi dell'Est Europa (piagate da buchi nel saldo delle partite correnti degni di una manovra finanziaria italiana), seguite da quelle dell'Asia, mentre a cavarsela meglio sarebbe l'America Latina, grande esportatrice di materie prime. Concentriamoci adesso un attimo sul continente asiatico. Lì per produrre un dollaro di pil si usa mediamente fra il 20% e il 100% in più di petrolio rispetto alla media dei paesi dell'area Ocse. Nei paesi emergenti, Asia in primis, l'economia (nonostante la crisi dei listini azionari) dovrebbe rallentare molto meno che nei paesi sviluppati: ad esempio si parla di una crescita in Nord America per il 2008 dell'1,9%, contro una previsione del 2,8% fatta un anno fa. Per i paesi emergenti nel corso di un anno il consensus è sceso molto meno. I numeri mi sembrano tuttora piuttosto ottimisti (per quanto riguarda la crescita nord-americana), diamo comunque per buono l'assunto che i paesi emergenti, e specificatamente l'Asia, continuino a crescere a tassi enormemente superiori rispetto all'occidente, così da lasciare la domanda di petrolio inalterata e fare arrivare il greggio a quota 170-175. Che cosa succederebbe a quel punto ?
Secondo gli analisti di Citi la situazione a livello inflattivo diventerebbe quasi insostenibile, anche perché paesi come Cina e India dovrebbero probabilmente togliere in quel caso i generosi sussidi che offrono ai consumatori (industriali e privati) su vari distillati. Gli economisti di Citi calcolano che complessivamente sotto lo scenario bullish l'aumento del greggio darebbe un contributo di 2 punti percentuali al tasso di inflazione dei paesi asiatici importatori, circa 2,5 mezzo più di quello che darebbe all'aumento dei prezzi nell'Ocse. Abbiamo detto che la politica dei sussidi, che costa miliardi di dollari, dovrebbe probabilmente essere rivista in posti come l'India e la Cina. Probabilmente continuerebbe anche la politica monetaria attualmente in vigore, con il risultato che in Cina sarebbe sempre più difficile controllare la rivalutazione dello yuan (che quest'anno sta andando a un passo doppio rispetto al 2007). Quello che viene previsto è un riequilibrio fra paesi manifatturieri e commodities based all'interno del mondo emergente, con questi ultimi che dovrebbero incrementare la propria quota di pil fino al 25% del totale dei paesi emergenti.
La conclusione degli economisti di Citi che comunque un petrolio a 175 non strangolerebbe più di tanto la crescita asiatica: per i paesi importatori del continente si prevede nello scenario petrolio a 175 $ una diminuzione dell'apprezzamento del pil dello 0,6%, significativo ma non terrificante.
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